Anche gli alberi bruciano di Lorenza Ghinelli, Rizzoli.

Anche gli alberi bruciano

Anche gli alberi bruciano di Lorenza Ghinelli, Rizzoli 2017

C’è un posto specialissimo in cui ognuno di noi torna per tutta la vita: è un ricordo preciso che diventa casa. È una briciola di pane lasciata sul sentiero per ritrovare la strada; è la bussola che non ci fa smarrire, che ci ricorda ogni volta chi siamo, la nostra storia.

Michele, il protagonista diciassettenne dell’ultimo romanzo di Lorenza Ghinelli, Anche gli alberi bruciano (Rizzoli), riesce a portare indietro il nonno Dino, ex partigiano, ora perso nelle nebbie dell’Alzheimer.

Lo richiama a sé cantando insieme a lui Bella ciao, perché il nonno glielo aveva detto che là, sui monti, cantavano per darsi coraggio. Gli aveva detto pure che nei campi di cotone gli schiavi intonavano canti collettivi per sentirsi liberi, per non perdere la speranza.

Ma quello fra nonno e nipote è soltanto uno dei rapporti a rovescio raccontati in questo libro. Il loro, però, è un rapporto dolcissimo, profondo, sincero, autentico, in cui ad un tratto è il giovane a prendersi cura del vecchio, a prenderlo per mano, addirittura a rapirlo, a nasconderlo in una casa sull’albero per salvarlo dall’ospizio.

Nella casa di cura ce lo vogliono mandare i suoi genitori. Ed è proprio quello tra Michele, il padre e la madre ad essere il vero rapporto sottosopra.

I genitori, infatti, sono inadeguati, “un ometto codardo” lui, “una donna frustrata” lei: Michele li vede a tavola, seduti in silenzio, e dice: “Sembrano sconosciuti alla fermata del tram”.

Si sono accomodati nelle loro vite prive di senso, di rischio, di coraggio: lui, professore universitario, tradisce lei con una studentessa; lei prima s’arrabbia e sbraita, poi scende a patti, spinge per il trasferimento del marito in America, è disposta a buttarsi ogni cosa alle spalle, tradimento compreso, perché ha rinunciato già a tutto e ora non vuole perdere pure la famiglia.

Ma quale famiglia, si chiede Michele? Non s’accorgono che stanno recitando, che non ci sta niente, che stanno accumulando macerie e nulla più?

E di mezzo dovrebbero andarci il nonno, che finirebbe in qualche ricovero, e lui che dovrebbe lasciare scuola, palestra e Vera, la compagna di classe, solitaria e triste.

Sarà proprio quello con Vera, invece, l’unico rapporto a procedere nel verso giusto, alla pari, senza bugie, anzi a costo di una sincerità a tratti dolorosissima, in quell’età dell’incertezza che fa dire a Michele:

E allora piango, piango perché non importa quanto il nonno sia stato grande: è solo un albero secco, adesso, e il papà è un frutto venuto male, proprio come i genitori di Vera. E poi ci siamo io e lei, che siamo ancora semi in mezzo a una bufera, e non so in quale terra finiremo col ficcarci di testa magari rompendoci l’osso del collo.

Michele e Vera si riconoscono nel dolore, lo mettono al centro del loro incontro, e si mostrano l’uno all’altra così come sono, senza preoccuparsi di soddisfare le aspettative reciproche e i condizionamenti sociali.

Non così i genitori di lui, che non affrontano il rischio, ma galleggiano sulle loro meschinità, chiusi in un egoismo di terz’ordine.

Michele no, Michele è proiettato nel futuro: vuole scegliere, cambiarsi destino, opporsi alle scelte dei genitori che ricadrebbero anche su di sé e sul nonno. Vuole rischiare pure per liberare Vera dai suoi tormenti familiari d’altro tipo e natura, reati gravissimi.

Ci sono due frasi in particolare che ce lo mostrano impegnato, non senza fatica, al di fuori di sé: in una dichiara la sua preoccupazione per qualcuno; nell’altra s’immagina come sarà domani, da adulto.

Per la prima volta ho paura per qualcuno che non sono io […]
Per la prima volta, adesso, sono l’uomo che voglio diventare.

È un libro che racconta molte prime volte, quelle necessarie per crescere, sbagli e tutto, quelle necessarie pure per ribellars nelle forme nuove della resistenza che la vita richiede.

Michele deve resistere alle “scelte comode vestite a festa” dei suoi genitori, ai “comportamenti puliti, sicuri, a rischio zero”.

Lui disobbedisce, si sceglie la parte.

Proprio come aveva fatto suo nonno dopo l’8 settembre del 1943, scegliendo la Resistenza al nazifascismo.

Per questo, forse, i due si ritrovano, oltre le nebbie dell’Alzheimer, oltre la catastrofe dei giorni bui e delle delusioni familiari, in quel canto di lotta, di speranza e d’amore.

“Sotto l’ombra di un bel fior”.

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