“Io dico no. Storie di eroica disobbedienza” di Daniele Aristarco, Einaudi Ragazzi

io dico no_Daniele Aristarco

 

Sembra abbia la musica dentro il nuovo libro di Daniele Aristarco, scrittore e regista teatrale, che per Einaudi Ragazzi ha pubblicato Io dico no. Storie di eroica disobbedienza.

Cantare in coro, infatti, è sempre stato il principale atto di protesta e di denuncia contro le ingiustizie del mondo: pensiamo a Free at Last, intonata dagli schiavi dell’America del Sud durante la raccolta del cotone.

Quella di Abraham Lincoln, il presidente degli Stati Uniti che aveva deciso di cancellare la schiavitù nel suo Paese, tanto da scendere in guerra contro metà della sua stessa nazione, è soltanto una delle trentacinque storie raccontate in questo libro illustrato da Nicolò Pellizzon.

Storie di uomini e di donne che dalla notte dei tempi si sono opposti a sopraffazioni, prepotenze, storture che dividono la realtà in Nord e Sud, dentro e fuori, alti e bassi.

Si parte da Prometeo, che rubò il fuoco agli dei, per arrivare a Mahvash Sabet, insegnante e poetessa iraniana, che dal 2008 è rinchiusa nel carcere di Evin, a nord ovest di Teheran, solo perché aderisce al culto Baha’i, una religione vietata nel suo Paese.

In mezzo si avvicendano i no di Socrate, che preferì bere la cicuta piuttosto che fuggire da Atene, dove era stato condannato a morte per aver corrotto il pensiero dei giovani ed essersi inventato nuovi dei; i no di Diderot, che con la sua Encyclopédie, Dizionario ragionato delle Scienze, delle Arti e dei Mestieri, rese disponibile il sapere anche alle classi medio-basse, sottraendolo alla gestione esclusiva di nobili e clero. Non manca Gandhi con la sua lotta nonviolenta, ma neppure Oscar Wilde, che pagò col carcere la sua omosessualità; le suffragette che lottarono per il diritto al voto delle donne; Arturo Toscanini che si rifiutò di dirigere la marcia Reale e l’inno fascista; Rosa Parks che il 1° dicembre 1955, a Montgomery, rifiutò di cedere il posto ad un bianco, dando così il via alla protesta nonviolenta che sei anni dopo avrebbe portato all’abolizione della segregazione razziale sui mezzi di trasporto pubblico; Don Milani che disse no alla scuola classista; Franco Basaglia a cui si deve la legge che nel 1978 sancì l’abolizione dei manicomi in Italia; Vandana Shiva, che si è opposta alle multinazionali pur di preservare la biodiversità in India e nel resto del mondo; Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace e Primo Ministro della Birmania, dopo ventidue anni di prigionia per essersi opposta alla dittatura militare.

La musica in questo libro risuona anche nella prosa, che non soltanto è fluida, ma vibra di originalità, per la scelta plurale dei punti di vista, tanto che una volta la storia viene raccontata da uno dei matti rinchiusi in manicomio; un’altra volta da uno degli studenti della scuola intitolata a Settimia Spizzichino, sopravvissuta ad Auschwitz; un’altra volta ancora da una vecchina che Anna Politkovskaja la conosceva solo grazie ai suoi articoli – gli unici capaci di spiegarle con chiarezza e onestà cosa stesse accadendo in Cecenia – e che sulla sua tomba ci va senza fiori, perché non se li può permettere, ma con una bottiglietta d’acqua, sì, per bagnare le rose bianche portate da qualcun altro.

È una scrittura onesta, che non vuole stupire ad ogni costo, ma sa dosare bene la ricerca storica e la documentazione delle 35 biografie, con gli strumenti narrativi che inchiodano il lettore alla pagina.

Un esempio di questo mix di cronaca e letteratura sta nella storia di Simon Wiesenthal, ebreo sopravvissuto al campo di concentramento di Mauthausen, che dopo la liberazione organizzò un vero e proprio ufficio per evitare che i criminali nazisti restassero impuniti. In oltre sessant’anni di attività, riuscì a scovarne e a consegnarne alla giustizia più di mille e cento. Quando Simon varca i cancelli del campo e si rimette in viaggio, in uno scenario così disperato, Aristarco riesce a stemperare il dramma con due righe che sanno di poesia, prive di autocompiacimento. È solo un modo per testimoniare che la vita resiste e si manifesta al di fuori del campo di sterminio:

Non che ci fossero solo rovine e distruzione, anzi! C’era la natura che si ostinava a rinascere, c’era il pane, c’era il sonno, c’erano le foglie e i colori, i fiumi e i cani.

Raccontare la storia dell’umanità attraverso i no di uomini e donne che hanno saputo opporsi a soprusi e angherie, significa ribadire che le ingiustizie non sono un evento naturale e immodificabile.

Sperequazioni e abusi, invece, sono storicamente determinati. Questo significa che l’uomo, proprio agendo nella storia, può modificarli, opponendosi, ribellandosi, protestando.

Essere vivi, dice l’autore nell’epilogo, significa proprio modificare la vita, essere agenti del cambiamento, intervenire sulle vicende della storia. Non rassegnarsi.

Grazie agli spaccati di quotidianità che vengono offerti in ciascun racconto, senza nascondere eventuali fragilità dei protagonisti, i 35 disobbedienti del libro non hanno l’aura degli eroi, eccezioni inarrivabili e lontane. Anzi, fuori da ogni banalizzazione, sembrano quasi dei vicini di casa, persone che potresti incontrare per strada. Questa familiarità favorisce nel lettore il meccanismo di identificazione e la voglia di nutrire il proprio pensiero autonomo e critico, per raccogliere il testimone della disobbedienza in faccia a tutte le ingiustizie di oggi e di domani.

Magari ricominciando a cantare in coro.

 

Io dico no. Storie di eroica disobbedienza
di Daniele Aristarco
Illustrazioni di Nicolò Pellizzon
Einaudi Ragazzi, 2017
Età di lettura: dagli 8 anni

 

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