E poi una notte sulle scale di Daniela Palumbo, Edizioni San Paolo

E poi una notte sulle scale

Forse non è al centro della trama, ma la distrazione di certi adulti di fronte al dolore che irrompe nelle famiglie è uno degli aspetti più coraggiosi dell’ultimo romanzo di Daniela Palumbo, E poi una notte sulle scale, Edizioni San Paolo.

A casa Viviani la tragedia arriva quando il papà Olmo, compositore e docente di piano al conservatorio di Vicenza, uomo solido come un albero e ottimo ascoltatore, attento alle vite degli altri, muore in un incidente stradale. Al termine di un concerto fuori città, aveva anticipato di un giorno il ritorno a casa per partecipare al debutto della moglie Lara, cantante lirica, che dopo due anni di psicoterapia, contro attacchi di panico e crisi d’ansia, sarebbe tornata sul palco da protagonista nella Carmen di Bizet. Di questo rientro anticipato era a conoscenza solo la figlia Anita, sedici anni, promettente violoncellista. La telefonata arriva quando Nic, il piccolo di casa, nove anni e nessuna passione per la musica, sta già dormendo.

Da quel momento in poi nulla sarà più lo stesso: la madre smetterà di parlare, di interagire, in qualche modo si spegnerà; il figlio al contrario non chiuderà mai bocca, parole su parole, a casa e a scuola, pur di riempire i vuoti lasciati dalla mamma.

In mezzo, Anita, che si trova a fare da madre a sua madre: prendersene cura, lavarla, pettinarla, persino truccarla un velo, farla mangiare, metterle in mano il bicchiere, che se no avrebbe dimenticato pure di bere.

Intorno, altri pezzi di famiglia del tutto inadeguati: lo zio Francesco e la zia Paola, che si erano precipitati al funerale e poi per qualche altra mezza visita, giusto per ribadire l’ovvio: la madre doveva reagire, perché la vita continua.

Ma di come continua la vita di Anita a nessuno importa davvero, neppure alla scuola, che le chiede solo di andare avanti, di voltare pagina, di tornare alla normalità, di non restare indietro.

È una società, la nostra, che ha paura del dolore, lo rimuove, lo maschera, lo confina nello spazio privato. Chi sta intorno si limita, spesso, a fare domande di sicurezza: parole di circostanza, al riparo dalla presa in carico di una vita sull’orlo del precipizio.

Chi decide che proteggere significhi non poter mostrare il dolore? Chi decide che condividere la disperazione non sia la strada migliore per amare qualcuno?

Sono invece prontissime a farsi carico della sofferenza di questa famiglia la vicina di casa Angelika e Darya, la badante polacca del nonno di Anita.

Leggendo questo romanzo vi verrà voglia di non prenderla più l’ascensore, di fare sempre le scale. Tra un piano e l’altro Angelika aveva parlato un po’ con Olmo, giusto la sera prima che morisse; tra un piano e l’altro Anita incontra, e poi bacia, Ettore, due anni più grande, inquilino dello stesso condominio. Lei già lo amava da tempo, ma lui neppure s’accorgeva della sua esistenza. Il padre Olmo lo aveva soprannominato Moby Dick, perché non si lasciava prendere.

Quello delle scale è un preteso narrativo. In realtà si parla delle relazioni, quelle che si creano solo con l’incontro, con le parole scambiate, senza fretta, regalando a sé e agli altri del tempo, lontano dai luoghi comuni.

Vi verrà voglia anche di ascoltare Beethoven, in particolare An die ferne Geliebte, perché questo libro è pieno di musica, che a volte consola, a volte salva.

È un libro coraggioso anche perché non ha paura di parlare dell’ambivalenza dei sentimenti, in famiglia come altrove. Solo che in famiglia si fa più fatica ad ammetterlo: ci si può amare e ci si può odiare, per troppo affetto, per rabbia, per solitudine.

Io ti amo, mamma, ma certe volte ti odio e vorrei che tu non fossi così sensibile e così innamorata di tuo marito. Certe volte vorrei che tu non fossi così fragile, mamma.

La scrittura è sempre alta e sa dare voce alle sofferenze, alle preghiere notturne di chi vuole tornare alla vita:

Mamma, ho bisogno di te, ho bisogno di non dirti le cose. Di nasconderti che amo Moby Dick. Ti prego, fammi tornare a nasconderti le cose.

Soprattutto è un libro che afferma il diritto di tutti alla serenità, con il coraggio che a volte ci vuole a guardare dentro il pozzo di ogni dolore.

Ma se si scappa dal dolore, proprio e altrui, si rinuncia di fatto alla vita.

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