Il maestro. La rivoluzione educativa di don Milani nell’albo di Fabrizio Silei e Simone Massi

Il_maestro_Fabrizio_Silei_Simone_Massi

Non era mica facile raccontare in un albo illustrato la grande sperimentazione educativa che don Lorenzo Milani, a partire dal 1954, portò avanti a Barbiana, piccolo centro montanaro del Mugello, poche case di contadini sparse qua e là, 40 abitanti in tutto.

Ci sono riusciti in pieno Fabrizio Silei e Simone Massi, che per Orecchio Acerbo firmano Il maestro, un albo che quando arrivi all’ultima pagina ti viene voglia di leggere (o di rileggere) Lettera a una professoressa, scrittura collettiva dei ragazzi di Barbiana, opera del 1967 tradotta in tutto il mondo, durissimo atto d’accusa contro la scuola pubblica e classista.

Silei affida il racconto a uno dei ragazzi di Barbiana: la voce narrante è quella di un bambino, uno dei tanti che in quegli anni andò a lezione dal priore, imparando a leggere e a scrivere, certo, ma anche a farsi carico dei problemi del mondo attraverso la lettura quotidiana dei giornali, fatta intorno a un tavolo, tutti assieme.

I disegni in bianco e nero, quasi dei graffi – come è nello stile di questo illustratore che è anche regista e animatore – restituiscono quasi con rabbia le atmosfere e la fatica nei campi.

A volte in pochissime parole (sempre scelte con cura) e nelle tavole a pagina intera si coglie tutta l’azione rivoluzionaria di quest’uomo, che a vent’anni aveva abbandonato gli agi di una famiglia borghese ed atea, per farsi prete e mettersi dalla parte dei poveri, degli oppressi.

Fu nominato Cappellano a San Donato di Calenzano, ma qui si mise ad organizzare il doposcuola per i contadini e gli operai, coinvolgendo anche i giovani comunisti del posto. La cosa non piacque alla curia, così come non piacquero le critiche che più tardi don Milani mosse alla Chiesa cattolica e all’alleanza stretta con la democrazia cristiana.

Venne mandato allora a Barbiana, per punizione. Da lì, invece, da quel posto sperduto, partì il sogno collettivo di un mondo nuovo, capace di rovesciare l’esistente, dando parole e coscienza critica agli oppressi, agli ultimi, ai reietti.

C’è una tavola, in particolare, che la mostra tutta questa sperequazione, in modo quasi cinematografico, così come a tratti è filmica la scrittura di Silei, che guadagna in incisività senza perdere mai la tensione narrativa. Ci sta il signor Conte, l’avvocato, il proprietario del podere, che è l’oppressore, alla finestra, in primo piano, di spalle. E poi, piccoli, ripresi dall’alto, si stagliano giù nel cortile, le due figurette del contadino e di un ragazzo: sono gli oppressi, i senza voce.

Sono andati a chiedere al padrone che anche nell’appezzamento di terra loro assegnato venga allacciata l’energia elettrica: “Ormai ce l’hanno tutti l’elettricità. Io gliel’avevo già detto. O mi mette la luce o cerco un altro podere”.

Ma quello, il potente, aveva preso dalla scrivania una lettera – che in realtà avrebbe potuto essere un foglio qualunque, tanto loro non sapevano leggere -, e aveva detto che la richiesta alla società elettrica era già partita.

Andando via, però, le due figurette l’avevano sentita la risata, la presa in giro del forte sui deboli.

Allora ‘sto padre, questo contadino che non si rassegna, aveva preso il figlio e lo aveva mandato dal prete un po’ matto, uno di quei maestri “che masticano bambini e sputano uomini”.

E qui inizia, senza pedanterie e senza agiografia, il racconto del prete che voleva dare la parola a tutti, il suo uso consapevole, perché ciascuno sapesse farsi artefice del cambiamento per sé e per la comunità intera.

Su una parete della scuola scrisse I care, me ne importa, mi sta a cuore. Era la risposta al più noto dei motti fascisti: me ne frego. Era anche la risposta all’individualismo borghese, alla chiusura autoreferenziale, all’orticello che ciascuno coltiva in solitudine, anzi in rivalità perenne con gli altri, in una competizione sempre privatistica.

Di tutta risposta, alla scuola di Barbiana i ragazzi un po’ più grandi insegnavano ai più piccoli, si praticava il circle time e la peer education, ma non avevano ancora questi nomi così roboanti. S’avvertiva invece il sapore di un fare quotidiano e comune, sette giorni su sette, domenica inclusa, dalle otto del mattino alle sette e trenta della sera, con la pausa pranzo e nessuna ricreazione. Ma ai ragazzi non pesava lo studio, perché s’imparava a stare nel mondo, a capire le cose del mondo, ad assumersene la responsabilità. Si imparava persino a nuotare, come racconta Silei, perché i figli dei contadini potevano rischiare la vita, una volta chiamati alle armi, ad esempio, in un trasporto di truppe su un mezzo navale di fortuna.

Soprattutto si imparava che le cose possono cambiare, che si può incidere per modificare la realtà.

In Lettera a una professoressa si legge:

A questo punto ognuno se la prende con la fatalità. È tanto riposante leggere la storia in chiave di fatalità.

Il progetto educativo di don Milani, invece, è quello di passare dalla fatalità alla trasformabilità, e lo insegna ai suoi ragazzi, che imparano a farsi e a fare domande, a sviluppare un pensiero autonomo e originalissimo che mette in imbarazzo persino un direttore di giornale, andato lì credendo di dover rispondere a delle domande di bambini.

Alla fine si è arrabbiato ed è andato via sbattendo la porta.

Silei racconta anche della lettera che, sempre insieme ai suoi ragazzi, don Milani scrisse in risposta ad un comunicato dei cappellani militari, nel quale  gli obiettori di coscienza venivano accusati di vigliaccheria. 

La lettera, riportata dall’autore nel suo passaggio più significativo, verrà pubblicata con il titolo L’obbedienza non è più una virtù.

Per questa lettera il priore verrà processato per apologia di reato.

Il dialogo perfetto tra testo e immagini raggiunge l’apice proprio nelle pagine dell’albo che raccontano questa vicenda giudiziaria.

Lettera a una professoressa fu data alle stampe un mese prima della morte di don Lorenzo, sconfitto da un linfogranuloma.

L’avrebbero pubblicata in tutto il mondo, quella lettera, ma questo ancora noi non lo sapevamo. Non sapevamo che in quella scuola di montagna dei ragazzi e un uomo, che per camminare in Cristo aveva scelto di fare il maestro degli ultimi, avevano realizzato insieme qualcosa di straordinario, una scuola come non c’era mai stata.

Non vi togliamo il gusto di scoprire come Silei e Massi concludono questo racconto, vi diciamo solo di guardare con particolare attenzione le ultime due tavole: ritroverete il bambino, la voce narrante, e il padre, contadino.

Ma il piano di ripresa e lo sguardo non saranno più quelli degli oppressi, ma quelli di chi sa che le cose si possono cambiare, per sé e per gli altri.

Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani […] che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

 

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