Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa di William Saroyan

Lo zio del barbiere e la tigr e che gli mangiò la testa

William Saroyan, Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa, Orecchio acerbo 2017.

È un racconto sulla potenza della parola, che accoglie, nutre e cura, Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa, scritto da William Saroyan nel 1935 e ripubblicato in Italia a marzo 2017 da Orecchio acerbo.

Conservando la traduzione originale di Elio Vittorini, il racconto dello scrittore armeno-americano è stato illustrato da Fabian Negrin per la collana Pulci nell’orecchio che cura per l’editore romano.

Consigliato a partire dagli otto anni, il libro è un piccolo capolavoro per tutti i lettori, bello da leggere e bello anche da guardare, non soltanto per le immagini, ma per il formato (11×18), per la grammatura della carta e soprattutto per la tigre che domina la copertina, rinviando in quarta autore e titolo.

Si tratta di una scelta editoriale che caratterizza l’intera collana, dedicata a piccoli classici del passato capaci di tratteggiare storie di bambini caparbi alle prese con il mondo severo, a tratti assurdo, degli adulti.

È tenace il protagonista di questo racconto, undici anni e una montagna di capelli, che mai si era vista prima una cosa così. La signorina Gemma a scuola, la mamma e il fratello Krikor a casa, tutto il suo mondo gli dice con insistenza che quei capelli non sono ammessi, che alla norma, insomma, bisogna adeguarsi.

Un giorno come un altro, mentre in cortile s’appisolava ai piedi di un albero di noce, un passero si posò sulla sua folta chioma e cominciò a costruirci un nido.

Se fino a quel momento il ragazzino aveva difeso il suo diretto ad essere diverso, a conservare i suoi capelli così come li voleva, a quel punto capì che era troppo.

Corse da un barbiere armeno in via Mariposa, e senza saperlo superò il confine tra normalità e stravaganza, tra ciò che il mondo vuole per sé e dagli altri (soldi, una casa, un lavoro normale) e la voglia di vivere oltre se stessi, solo per il piacere di incontrare altra gente e regalarsi a vicenda del tempo.

È un dono reciproco quello che si fanno questo ragazzo e questo barbiere armeno: il primo offre il suo tempo per ascoltare, il secondo dilata il tempo di un taglio di capelli per raccontare una storia.

Egli non era un barbiere. Fingeva solo di esserlo, per non avere noie con la vita. Per soddisfare il mondo. Quello che gli stava a cuore di fare era leggere e parlare.

Parlare con gente che sapesse ascoltarlo, naturalmente. Aveva cinque figli, tre maschi e due femmine, ma erano tutti come sua moglie, e lui non poteva parlare con loro. Essi non volevano sapere altro da lui che quanto guadagnava.

E così, la storia che il barbiere Aram regala insieme ad un caffè è quella di suo zio Misask.

Fu prima lottatore, Misak, fino ai quarant’anni, senza metter via un soldo, perché dopo aver mangiato e bevuto preferiva dare tutto quello che avanzava a chi ne aveva più bisogno.

Ma il mondo – sempre quello che vuole farti tagliare i capelli e sapere quanto guadagni – fu crudele con lo zio Misak, che restò povero e conobbe la fame.
Andò a Cosantinopoli, a Vienna, a Berlino, ma ovunque trovò solo porte chiuse e indifferenza.

Strade e strade, e case, case e gente, ma non una porta cui bussare per il mio povero zio Misak, non letto, non un amico.

Successe quindi che questo zio arrivò in Cina e si mise a lavorare in un circo francese.

Cosa gli accadde, poi, è già scritto nel titolo.

La storia vera di questo racconto, però, è quella del barbiere e del ragazzo, del loro “tempo perso” insieme, dell’incedere lento di chi  preferisce di volta in volta fermarsi a parlare con i compagni di viaggio, senza l’ossessione della meta.

Era già una piccola rivoluzione a metà degli anni Trenta del secolo scorso, quando questo racconto fu scritto. Lo è ancor di più oggi, che quella fretta ce la portiamo appiccicata addosso come un alibi alle nostre incapacità di comunicare, di stabilire relazioni autentiche e gratuite.

Saroyan, nei suoi lavori, predilige personaggi minori, fuori dalle scene e dal riconoscimento sociale: bambini, musici, bevitori, poeti, filosi da osteria, sognatori.

Forse proprio per difendere questa libertà narrativa, rinunciò al Premio Pulitzer che gli fu conferito nel 1939.

Sono persone ai margini, lontane dal centro (politico, economico, di potere), le sole a conoscere l’antidoto al tempo finito dell’uomo sulla Terra.

Loro, sì, lo hanno capito che l’uomo solo e smarrito ha un’unica possibilità per sconfiggere la morte, quella sociale prima di quella biologica: darsi del tempo, offrirlo agli altri, accettarlo in dono, per provare a moltiplicarsi, fuggendo dalle prigioni del reddito e della norma.

 

Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa
Titolo originale: The Barber whose Uncle Had his Head Bitten off by a Cirus Tiger
Copyright: 1935
Di William Saroyan
Illustrazioni di Fabian Negrin
Traduzione di Elio Vittorini
Collana: Pulci nell’orecchio
Editore: Orecchio acerbo
Anno: 2017

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