“La mia vita all’ombra del mare”. La lotta di don Pugliesi raccontata ai ragazzi

cover_La_mia_vita_all'ombra_del_mare

Perché è diventato grande in un colpo solo? Ci sono modi e modi di diventare grandi, non tutti sono belli, pensa Salvatore.

È racchiuso tutto in questa domanda lo strappo che in una sola estate, quella del 1993, a Brancaccio, quartiere popolare di Palermo, porterà Salvatore ad abbandonare l’infanzia per entrare nel mondo degli adulti, incerto, confuso, disordinato, dove gli opposti spesso convivono, dove si può essere buoni e cattivi allo stesso tempo.

Lui è il protagonista di La mia vita all’ombra del mare (Raffaello Ragazzi), primo romanzo per ragazzi di Simona Dolce, dedicato alla figura di don Puglisi, che in quel quartiere provò a contrastare la mafia e che dalla mafia fu ucciso la sera del 15 settembre di ventiquattro anni fa, nel giorno del suo 56esimo compleanno.

Salvatore ha otto anni, e a Brancaccio ha le sue sicurezze di bambino: la mamma Lucia, casalinga e premurosa, il padre Sebastiano, operaio precario, il fratello Giuseppe, 17 anni, un eroe col sorriso bambino, gli amici Giustino, Luigi e Francesco, con cui andare in spiaggia, alla processione di san Gaetano, in piazza a tirare calci al pallone.

Che succede se ad un certo punto Salvatore, in un intenso racconto in terza persona, s’accorge che qualcosa in famiglia non va? Che forse suo fratello non è poi così buono? Che addirittura è persino mafioso?

Una sera lo vede litigare col padre, prenderlo per la maglietta, puntargli una pistola alla testa.

È la fine della spensieratezza e l’inizio delle domande a raffica, su se stesso, su cosa voglia dire essere coraggiosi o codardi, su quale sia la cosa giusta da fare.

L’incontro con 3P, padre Pino Puglisi, lo aiuterà a gettare uno sguardo nuovo sulle cose, uno sguardo capace di accogliere la complessità della vita, senza il conforto delle certezze infantili che mantenevano ben separati i buoni dai cattivi, il bene dal male.

Don Pino, ma Giuseppe è mafioso?

Padre Pugliesi non risponde subito. Si avvicina a lui e lo guarda dritto negli occhi.

Salvatore, gli dice, – un mafioso non è solo un mafioso. Un mafioso può essere anche un padre, uno zio, un amico, persino un fratello, Può essere simpatico. Può essere intelligente. Può essere gentile con qualcuno. Può amare. Può voler bene. (…) I mafiosi sono quelle persone che quando si tratta di decidere tra sé e gli altri, scelgono sempre se stessi.

È questa la grande eredità che gli lascerà in dono don Puglisi, quando al termine di quella estate sarà ucciso, davanti al portone di casa, dopo essere stato al centro Padre Nostro, il centro ricreativo ed evangelico che aveva creato per i ragazzi del quartiere, per offrire un’alternativa alla violenza imperante.

L’eredità sarà quella di un pensiero collettivo al posto di quello individuale: pensare alla comunità, farla crescere nella legalità e nella cultura, per contrastare gli individualismi che alimentano le mafie, cedendo al miraggio dei soldi facili e degli affari sporchi.

È un libro delicato e forte, che tiene insieme cronaca e finzione, attraverso l’impiego di simboli e metafore, senza strafare, per dare voce ai sentimenti contrastanti di un bambino che lascia le serenità del latte e dei biscotti alla mattina, per tentare l’approdo ad una vita di adulto tra gli adulti.

Una vita nuova, senza sconti, senza ritualità e gesti quotidiani, che chiede di fare i conti anche con i dolori e le sofferenze dei genitori, addolorati e spenti per quel figlio che la mafia s’è portato via. È una cosa impensabile per un ragazzino che trae forza e coraggio proprio dalla presunta invincibilità della madre e del padre.

Il sapore dolciastro in bocca, l’atmosfera allegra in casa, il rumore dei piatti nell’acquaio, tutto evapora di colpo non appena Salvatore pensa a suo fratello.

Ci sono pure, qua e là, sfumature di poesia che s’incastrano nei pensieri e nel cuore del lettore, come quando Giuseppe – dopo che gli amici di sempre gli hanno voltato le spalle perché lui frequenta il prete contro la mafia – cerca consolazione sulla spiaggia, e si domanda:

È mai triste il mare?

È triste la terra? Il cielo? È triste il granchio che si nasconde sotto la sabbia?

È ancora una volta il pensiero collettivo che s’apre al mondo, ai pianti del mondo che bisogna pur navigare, in quel rito dolorosissimo e necessario che è la crescita.

 

In chiusura, una lettera di Maria Falcone, Presidente della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone.

Il libro è finalista al Premio Elsa Morante Ragazzi.

 

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...