Lea e l’elefante. Si vola soltanto insieme agli altri

Lea_cover

Non doveva pensarla come i corvi di Dumbo, Lea, quelli che nel film Disney intonano il motivetto: “Ne ho vedute tante da raccontar, giammai gli elefanti volar…”.

Ed invece la protagonista di Lea e l’elefante, secondo albo di Kim Sena – illustratrice coreana, classe 1986, pubblicato in Italia da Orecchio Acerbo – vorrebbe proprio farlo volare il suo nuovo amico elefante: promette che gli insegnerà a librarsi in cielo.

Vuole convincerlo a restare con lei nella grande casa solitaria.

Le illustrazioni a matita in bianco e nero dominano la scena fin dalla copertina e danno corpo alla solitudine che avvolge Lea.

Sul frontespizio vediamo l’esterno della casa: mastodontica, silenziosa.

L’interno è desolante, pieno di giocattoli, un po’ ammaccati, un po’ trascurati. Ci sono mele sul pavimento, tutte sbocconcellate, appena un morso; sempre ci sono un secchiello di pittura bianca e un pennello già immerso e lasciato sul pavimento a sgocciolare. Alle pareti molti ritratti di Lea, sola, addirittura di spalle, oppure in compagnia di qualche animale.

Lea si lascia cadere su una grande poltrona, ma la sua aria triste emerge dallo sguardo: fa contrasto con il bel vestito, la camicia con il fiocco, la coroncina in testa, da reginetta, addirittura il cuscino-poggiapiedi.

Dalla copertina alle pagine interne, l’unica nota di colore è rappresentata da un palloncino rosso, simbolo della vita che vuole altra vita e della fuga dall’isolamento.

Lea vuole rendere speciale il suo nuovo amico: lo dipinge di bianco, gli lega il palloncino alla punta della proboscide.

Lui ci prova ad alzarsi da terra, ma niente e niente.

E intanto, con l’abilità di chi sa narrare attraverso immagini e dettagli, Sena ci mostra un accenno di sorriso sul volto di Lea e un velo di tristezza, ora, negli occhi dell’elefante.

Adesso è lui ad essersi abbandonato sul grande divano ed è sempre lui a guardare da una finestra la vita che scorre senza che vi partecipi, con gli amici elefanti a rotolarsi nel fango.

Una raffica fortissima di vento spazza via la grande casa, il dentro capace di imprigionare e separare dalla vera vita, che per sua natura ha bisogno degli altri, dell’incontro, della comunità.

Il cambiamento narrativo avviene anche attraverso location e colori: gli esterni prendono il posto degli interni, via le mele sbocconcellate, via il secchiello e il pennello, via gli autoscatti di spalle.

I pastelli compaiono sullo sfondo, colorano di rosa le guance di Lea, rendono gli sguardi più attenti, sembra quasi che i due sorridano con gli occhi.

Ma soprattutto, tornando indietro con le tavole, ci si accorge che Lea non viene più rappresentata con la coroncina, già a partire dall’irruzione del tornado.

Una coroncina, che a ben guardare, ha pure una serratura al centro, a sottolineare la condizione di chiusura e di imprigionamento.

Si è liberata, Lea, grazie ad un nuovo incontro, nel momento esatto in cui ha deciso di rinunciare all’inganno.

L’amicizia è basata sulla gratuità, non ha prezzo, non si compra con la promessa di far volare qualcuno.

Così, ad un certo punto, sparisce pure il palloncino rosso: non ha più senso, non serve più.

Scompare anche la gabbia vuota, un po’ angosciante, in effetti, che sin dalla copertina è ritratta in un quadretto appeso alla tovaglia, mentre all’interno dell’albo è lasciata aperta sul pavimento.

Nel finale, però, la gabbia vuota, quasi spettrale, non c’è più, mentre cinque uccellini, sui toni del celeste e del giallo, svolazzano in cielo, seguendo e anticipando Lea e l’elefante in cammino verso il futuro.

Magari adesso sarà proprio Lea a prendere il volo, in senso metaforico, certo, ma non solo.

La storia continua nell’ultima di copertina, con un omaggio alla bellezza della compagnia, alla vita insieme, che finalmente ci libera dalle nostre solitudini.

Dalle prigioni in cui ci rifugiamo.

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