Casca il mondo. Un libro per parlare di terremoto e di guerra dal punto di vista bambino

 

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C’è bisogno della letteratura per raccontare fatti di cronaca? 

Sì, perché la letteratura utilizza metafore e simboli per dire quello che i resoconti giornalistici non sempre riescono a svelare: emozioni, smarrimento, paure, sensi di colpa dei protagonisti.

Nella cornice di una storia, che si muove tra realtà e finzione, più agevolmente il lettore potrà identificarsi con i personaggi, riconoscersi nei loro sentimenti, imparare a nominare e a dominare i propri stati d’animo.

È quello che succede con Casca il mondo di Nadia Terranova (Mondadori, Oscar primi junior, 2016).

A colpire è il punto di vista bambino per parlare di terremoto e di guerre senza retorica e senza cliché.

Raccontato in prima persona dal piccolo Oscar, il libro andrebbe letto anche dagli adulti per due ragioni: riflettere una volta di più sul fatto che ai bambini gli eventi, soprattutto quelli che li riguardano direttamente, non vanno taciuti, caso mai vanno spiegati con le parole giuste; capire che i figli si fanno carico dell’infelicità dei genitori e avvertono un senso di sconfitta e di impotenza nel non poterli aiutare.

Vorrei comprare a mamma un panificio nuovo identico a quello dove lavorava, farglielo trovare accanto al lenzuolo di Tendopoli. Vorrei comprare a papà un finale diverso per le favole che non sa raccontare.

Tutto questo, e molto altro, è nel libro di Nadia Terranova, che scrive per bambini, ragazzi e adulti, consapevole che i grandi interrogativi dell’uomo non hanno età e sono gli stessi anche nei diversi periodi storici. Ci accomunano tutti, da sempre.

C’era un tempo prima del terremoto e c’è il tempo che per ora è fermo, ma che spera di ripartire. Fra il prima e il per ora è rimasta incastrata anche la vita di Oscar, che ha smesso di parlare, per lo spavento, per il disagio, per la nostalgia, chissà.

Adesso vive nella tendopoli con la mamma, che non ha più il suo forno, dove andare a lavorare la mattina presto, e con il padre, che si sforza d’inventare favole per suo figlio.

Oscar dice di sé che fino all’anno prima era piccolo, che adesso è grande, mentre in realtà di grande c’è soltanto quello che gli è capitato: il castello di cinque stanze, la sua casa, abbandonata da un giorno all’altro, insieme a tutti i riti che quotidianamente creano legami affettivi e senso d’appartenenza.

Senza riti siamo tutti senza storia, e ad Oscar manca fare colazione con il suo coccodrillo, che dal bagno esce a rassicurarlo tutte le volte che i suoi genitori iniziano a parlare senza virgole, un modo delicatissimo per raccontare un litigio, un modo che soltanto la letteratura ha per descrivere con leggerezza. Gli manca anche Dulcinea, l’amica di scuola, che abita di fronte, un appartamento qualunque, che nella sua immaginazione – nell’immaginazione creativa dei bambini sereni – diventa una torre, e pure il nome dell’amica si traveste e diventa quello dell’amata di don Chisciotte, mentre il loro diventa un dialogo muto fatto di sorsi di latte e di pane al cioccolato mangiato insieme, anche se a distanza. Ognuno nella propria sicurezza familiare, con le finestre che danno una sulla cucina dell’altro.

Il terremoto arriva e spariglia tutto: Oscar nella tendopoli, Dulcinea dai nonni, in un paese vicino.

A me nessuno chiede mai com’era il terremoto. Lo sanno tutti come sono queste cose. Solo che magari uno qualche volta vorrebbe che glielo chiedessero lo stesso, anche se è una cosa stupida o fa male.

Con parole semplicissime Oscar denuncia l’incapacità degli adulti di affrontare i discorsi difficili con i bambini, e non solo, perché a volte far finta di niente è più facile, contiene il dolore, non lo fa straripare e così non lo fa neppure guarire.

A medicare il dolore, a rimettere in moto il tempo che s’era inceppato, ci pensa un altro bambino, Golan, fuggito dalla guerra, lasciando un’altra casa, altri riti quotidiani.

Non aggiungiamo più nulla, per non svelarvi il finale. Vi consigliamo soltanto di guardare con attenzione le illustrazioni di Laura Fanelli, in particolare alle pagine 34 e 35, perché a nostro avviso confermano il senso dell’intero libro: il diritto e il dovere che tutti abbiamo di rimettere in moto il tempo, avendo sempre, sempre, “il coraggio di smontarlo”.                                        .

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