A colloquio con Teresa Porcella, curatrice settore ragazzi di Firenze Libro Aperto

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Quattro domande a Teresa Porcella, curatrice artistica della sezione ragazzi della prima edizione di Firenze Libro Aperto, che si è svolta dal 17 al 19 febbraio nel capoluogo toscano.

(Qui l’articolo che Firufilandia ha dedicato all’evento)

Quando gli organizzatori di Firenze Libro Aperto ti hanno chiesto di curare la direzione artistica del programma ragazzi, che tipo di Fiera hai immaginato?
Quali obiettivi ti sei prefissata?

L’idea era di avere uno spazio di incontro e di dialogo per bambini, ragazzi e adulti, con appuntamenti dedicati a volte solo agli uni o solo agli altri, e con altri decisamente trasversali e capaci di coagulare le diversità di età e di esigenze dentro una stessa bellezza. Uno spazio capace di mettere in relazione linguaggi e approcci differenti, guardando sempre con attenzione e affettività ai destinatari. Questo era il primo obiettivo. Poi c’era quello di far venire un po’ di curiosità e di stimolare nuove modalità di accostamento ai libri. Lo abbiamo fatto con artisti italiani e stranieri capaci non solo di integrare linguaggi diversi, ma anche di porsi con la stessa centratura estetica ed etica ad adulti e ragazzi. In questo senso, lo spettacolo di Gek Tessaro su Il cuore di Chisciotte, era uno degli appuntamenti chiave, che ha ottenuto il risultato sperato. Non si sapeva più dove mettere la gente che voleva entrare…

Qual è il tuo bilancio di questa prima edizione?
Complessivamente buono. Abbiamo avuto una bella risposta di pubblico in generale e, nello specifico dell’area ragazzi, un’altissima attestazione di gradimento da parte dei diversi destinatari cui abbiamo pensato: bambini, adulti, insegnanti, genitori, operatori del settore, psicologi. Naturalmente, sul piano organizzativo, si è pagato lo scotto della prima edizione. Il lavoro con le scuole, per esempio, essendo stato compresso in tempi così stretti (si è dovuto fare in un mese e mezzo il lavoro che normalmente si fa in un anno) non ha potuto essere capillare come avremmo voluto. Ma ci riserviamo di fare meglio alla prossima edizione. Il desiderio da parte nostra e la richiesta da parte della città, ci sono.

Nel panorama editoriale per ragazzi c’è grande vitalità nella piccola editoria indipendente. Che tipo di stimoli può portare, secondo te, al settore?
L’editoria indipendente è la linfa del settore editoriale, che si tiene vivo proprio grazie ai “piccoli”. Un po’ come succede nella vita… Sono quelli più curiosi e dunque più innovativi, quelli più esigenti e dunque più cogenti, quelli più intransigenti e dunque ineludibili, quelli più seri e dunque più gioiosi. La piccola editoria, per vivere può puntare solo sulla qualità e su un senso chiaro della propria identità. Perciò lavora non solo alla strutturazione di una bibliodiversità e di una qualità estetica dell’oggetto libro (e dunque a un’educazione del gusto), ma, soprattutto, nel costituirsi come identità di proposta, lavora a una creazione di identità personali potentissime capaci di riconoscersi in qualcosa di comune. Crea senso di sé e senso civico. Qualcuno dice che crea lettori ed e-lettori consapevoli. Aggiungerei che lo fa in modo “gioioso”, anche quando passa per temi consistenti o seri. Perché la gioia sta sempre nel “come” si passa per le esperienze della vita. E i bei libri sono esperienze intrinsecamente apportatrici di stupore e felicità. Elias Canetti diceva “Senza libri le gioie marciscono”. Ecco, credo che la sintesi giusta sia qui. La buona editoria (e quella indipendente per ragazzi nel suo complesso lo è), fa nascere e coltiva sorrisi. Mica poco.

Ci racconteresti un tuo piccolo o grande sogno professionale per il futuro?
Faccio come nella notte di San Lorenzo: “Se lo dico non si avvera…” Continuo a guardare la mia stella cadente in silenzio e, sussurrando, do un indizio. “Se lo dico non si avvera, ma se lo canto, sì…”

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