“Firenze Libro Aperto. Programma Ragazzi”. Periferie senza centro per crescere di più e meglio

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Ci sono le periferie dei luoghi e le periferie delle esistenze: è dai margini, però, che partono rivoluzioni e cambiamenti. Il centro, infatti, è troppo impegnato a mantenere lo stato delle cose, tra giochi di potere, prove di forza, rapporti a una sola direzione.

È un’antologia delle periferie Centrifuga. Fughe, ritorni e altre storie: 29 racconti a tema, declinati in modi diversi, affidati alla penna di altrettanti scrittori italiani, per ragazzi e non.

Uscito il 22 ottobre 2016 per Sinnos, il libro non è più una novità editoriale, ma l’originalissima presentazione, nell’ambito della prima edizione di Firenze Libro Aperto, che si è svolta a Fortezza da Basso, dal 17 al 19 febbraio, lo ha reso un evento unico.

Sono state, infatti, le giovanissime Alessia e Federica del blog Qualcunoconcuicorre – una redazione composta da venti ragazzi tra i 12 e i 19 anni, coordinati da Matteo Biagi, insegnante di lettere alle scuole medie e redattore di Libricalzelunghe – ad intervistare Pasquale Avallone, fondatore del Centro di promozione della lettura “Leggimi Forte” di Pomigliano d’Arco, il Premio Andersen 2016 come miglior scrittrice, Patrizia Rinaldi, e l’autrice e giornalista Zita Dazzi.

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A colpire sono state proprio le parole di Patrizia Rinaldi, ideatrice del libro, originaria dei Campi Flegrei, periferia storica a nord-ovest di Napoli, nota per le vicende legate all’Italsider: “Anche qui siamo una periferia”.

Soltanto a Fiera conclusa, però, queste parole ci sono tornate alla mente, come se legassero filo con filo tutti gli incontri a cui Firufilandia ha partecipato.

Ovviamente, si tratta di un resoconto parziale che non rende merito al vastissimo programma allestito da Teresa Porcella, direttrice artistica della sezione ragazzi, lettrice, autrice, progettista ed editor freelance, fondatrice dell’associazione Scioglilibro onlus e di Cuccumeo, libreria per ragazzi di Firenze, non vietata agli adulti.

Centro e periferia, dunque, non come opposti, ma in dialogo permanente, hanno caratterizzato questa prima edizione di Firenze Libro Aperto, almeno nella sezione dedicata ai più piccoli, con diversi appuntamenti formativi anche per operatori del settore, docenti e bibliotecari.

Ha rimesso al centro l’adolescenza lo psicoterapeuta Domenico Barillà, che in un affollato incontro è partito dalla presentazione del suo ultimo libro, edito da Feltrinelli, Quello che non vedo di mio figlio, per abbracciare subito dopo un discorso più ampio sull’importanza di scrollarci di dosso l’atteggiamento adulto-centrico che spesso rende inautentici i rapporti con i giovani. “Dobbiamo togliere l’abuso di soggettività – ha detto Barillà – dimenticare le teorie, rinunciare ai pregiudizi, osservare la realtà che cambia con sguardo dinamico”.

Che cosa significa?

Che non dobbiamo avere la presunzione di sapere cosa sarebbe meglio per un ragazzo, senza dubbi, ripensamenti e confronti; che è un errore considerare i giovani come categoria sociale omogenea; che la realtà è sempre cambiata, ma troviamo più comodo e rassicurante fare le cose sempre allo stesso modo.

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“Quando scrivo mi attengo a questi punti: in venti libri non ho mai scritto ricette” ha concluso lo psicoterapeuta, ricordando il suo blog Correre pensando. Appunti per una psicologia di servizio, ideato e curato insieme al figlio Luciano, psicologo pure lui.

Ancora un dialogo fra centro e periferia, dunque, tra adulti e adolescenti, senza che gli uni abbiano l’arroganza di traghettare gli altri. L’idea è invece quella di accogliersi tutti nelle proprie specificità, rispettandosi senza etichette e semplificazioni.

È quello stesso dialogo promosso e ricercato da Matilda Editrice di Foggia, che a Firenze ha tenuto l’incontro Sguardi Differenti, dal nome di uno dei libri in catalogo, per parlare di educazione di genere senza preconcetti. Molto successo ha riscosso Stereotipi e Arzigogoli, scritto dalla titolare della casa editrice, Donatella Caione, che ha così raccolto le sue riflessioni sulle differenze di genere, quelle biologiche e quelle socialmente costruite. Nato come ebook, il testo aspira a diventare un libro collettivo a più mani, con l’aggiunta di nuovi contributi.

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Anche qui torna il binomio centro-periferia, con l’impegno di decostruire la dominanza maschile su quella femminile nelle scelte professionali e di studio, per esempio, fino ad arrivare, nei casi peggiori, alla violenza, fisica, verbale, psicologica.

La casa editrice ha realizzato un “farmaco salvavita”, in questa direzione, denominato Disamorex, con tanto di bugiardino e principio attivo a base di consapevolezza. La scatola contiene sei bustine: cinque sono dedicate ai vari tipi di violenza, in modo che le donne possano riconoscerne segni e segnali spesso ignorati o sottovalutati. La sesta bustina contiene, invece, una serie di numeri utili per reagire e chiedere aiuto.

“L’uomo non è più il centro, bisogna capirlo sin da piccolissimi, a cominciare dalle parole che scegliamo per nominare il femminile”, sottolinea ancora Caione, parlando del libro La grammatica la fa… la differenza, nato da un’idea dell’Associazione Donne in Rete di Foggia. Bisogna partire, insomma, da una riflessione sul linguaggio di genere, perché dire sindaca, ministra, assessora è cosa diversa dal corrispondente maschile, che tutto fagocita e tutto appiattisce.

L’idea è quella di avere sempre sguardi plurali proprio valorizzando la letteratura per l’infanzia, che più di ogni altra forma narrativa è democratica, dando parola a tutti, cose e animali compresi.

Ed è proprio di questo avviso anche Fabio Geda, che in fiera è stato intervistato, anche lui, dalla redazione, questa volta un po’ più numerosa, di Qualcunoconcuicorrere. L’autore di Nel mare ci sono i coccodrilli e della fortunata saga Berlin, scritta insieme a Marco Magnone, ribadisce la necessità che ognuno ha di ritrovare il proprio centro, di rimettersi al centro. Per dieci anni ha lavorato in una comunità alloggio per minori. Tra i vari compiti degli operatori, c’era anche quello di farsi raccontare storie, inevitabilmente confuse, metterle in ordine e restituirle per una maggiore comprensione agli stessi protagonisti.

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“Non c’è niente di più difficile che fare i conti con la propria storia personale”, ricorda l’autore, che ripercorre la genesi di Berlin, la saga dal respiro europeo, in cui torna l’archetipo del “vivere senza adulti”, trattato in modo originalissimo. È prevista per marzo l’uscita del quarto libro.

“Che tipo di lettore era Geda alla nostra età?” è la domanda di una redattrice di Qualcunoconcuicorrere, che a guardarla non pare abbia più di 12/13 anni, sicura e fiera, per niente intimidita. “Ero onnivoro: ognuno deve andare fuori e scegliere per sé, i docenti non devono imporre le loro letture. Alle medie avevo un professore che spesso entrava in classe con il carrello della mensa carico di libri presi dalla biblioteca scolastica”.

Leggere per allenarsi a guardare la realtà da più punti di vista, ma anche guardare delle immagini per non farsi ingannare da una sola prospettiva: è quello che propongono Il Ludomastro Carlo Carzan e Sonia Scalco con i Giochi Allenamente.

“Siamo più disposti a sbagliare nel gioco che nella vita”, dice Carzan incoraggiando i ragazzi ad osservare le slide per individuare il numero dei rettangoli o dei triangoli rappresentati. È solo un piccolissimo esempio per riflettere sul fatto che tante volte, nel rispondere ad una consegna, non badiamo con attenzione alle parole che ci vengono dette. Insomma, anche in questo caso, dobbiamo imparare a spostarci dal centro, dal punto di vista più ovvio, per traguardare la realtà da altri punti d’osservazione.

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Ed è dalle periferie del bosco che sono arrivate le testimonianze di Tutta un’altra scuola, nel corso di un evento organizzato dalla rivista Terra Nuova per celebrare i 40 anni di pubblicazioni. Un’altra scuola è possibile, dunque, a dimensione familiare, a contatto diretto con la natura, per valorizzare i bisogni e gli interessi del bambino. Si va dalla homeschooling, alla Rete senza Zaino, dall’asilo e dalle elementari nel bosco all’outdoor education.

Via le cattedre e le lezioni frontali, via i voti e le pagelle, meglio le schede di autocorrezione e di autovalutazione, orientate all’incoraggiamento. La pedagogia di base si rifà alle scuole attive di Dewey, al learning by doing, che gli ispiratori di questi nuovi sistemi educativi chiamano IFE (Imparare Facendo Esperienza). Il riferimento è anche al manifesto montessoriano Aiutami a fare da solo, così come alle scuole steineriane.

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“È un modo artigianale di pensare il mondo”, dice il maestro Lucio, che ribadisce la necessità di tenere insieme mente e cuore per promuovere una sostenibilità che parte dai sensi per arrivare al desiderio. “Il nostro obiettivo, come educatori, è quello di permettere ai ragazzi di porsi e di porgere domande su ciò che ci circonda. Potrebbero domandarsi, per esempio: ‘Lo vogliamo davvero l’inceneritore?’ Non sarò io a fare questa domanda e non sarò io a fornire delle risposte. I bambini stessi, osservando il loro ambiente, formuleranno questi e altri interrogativi: saranno in grado di trovare le soluzioni e di attivarsi in modo coerente”.

La periferia, come recupero della canzone e delle storie della tradizione popolare, ha fatto capolino qua e là anche nelle narrazioni di Roberta Balestrucci, che del programma ragazzi di questa feria ha curato anche la segreteria organizzativa. In due appuntamenti fissi, mattina e pomeriggio, per tre giorni, con l’aiuto di un tappeto, ha catturato l’attenzione dei più piccoli mescolando racconti e nenie sarde. Così come hanno risuonato dalla remota periferia cilena le note di Violeta Parra, la cantautrice di denuncia e di protesta, a cui è stato dedicato un recital-concerto con Teresa Porcella, Gianni Cammili e Andrea Laschi¸ nella ricorrenza dei cento anni dalla nascita e del cinquantenario della morte.

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Ma l’esempio più commovente di periferia che si fa centro – cioè che si valorizza e si rende protagonista del proprio progetto di vita – è la storia di Agata Smeralda, la prima bambina abbandonata in fasce allo Spedale degli Innocenti di Firenze il 5 febbraio 1444.

Con un finale pieno di speranza, che rende omaggio alle capacità di autodeterminazione delle bambine e dei bambini, questa storia è scritta e illustrata da Letizia Galli in un albo edito da Franco Cosimo Panini.

“Che vi sia d’esempio – dice l’autrice ai bambini presenti –. Agata si organizza la sua vita, progetta il suo futuro”. La protagonista, infatti, sceglie per sé un finale diverso da quello a cui erano destinate tutte le piccole ospiti dell’Istituto, che con molta probabilità sarebbero diventate delle inservienti presso la stessa struttura, oppure sarebbero state impiegate come domestiche nelle case nobiliari fiorentine, o nella migliore delle ipotesi si sarebbero sposate con dei matrimoni combinati.

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A questo libro è legato il progetto Storie di bambini, che prevede anche una mostra itinerante, visitabile a Napoli fino al 28 febbraio. L’esposizione farà tappa poi a Firenze, Venezia, Milano e Roma.

Arrivano dalla periferia, in chiusura, anche le parole di Patrizia Zerbi, fondatrice di Carthusia Edizioni, che in fiera ha presentato l’albo Non insegnate ai bambini, con il testo dell’omonima canzone di Giorgio Gaber e le illustrazioni di Gianni De Conno, Alessandro Ferraro, Arianna Papini e Antonello Silverini.

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“L’ho definito un libro temerario, un libro fuori di testa – dice Zerbi –, ma avevo deciso che per i trent’anni di Carthusia si poteva osare. A sorpresa, invece, abbiamo esaurito le prime duemila copie e siamo pronti per la ristampa”.

Poi, prima del recital-concerto di e con Silvia Conti, Letizia Fuochi e Francesco Cusumano, arriva l’invito ad andare oltre i cliché che spesso s’annidano proprio nei centri, dove l’adulto esercita un ruolo di potere sul bambino, dove l’intelligenza pratica è preferita a quella emotiva, dove la logica spadroneggia e non c’è mai posto per la “fantastica” rodariana, che invece la vita la salva e sempre la rende più bella.

“Non abbiamo il diritto di farli crescere attraverso gli stereotipi che noi scegliamo soltanto perché ci facilitano il compito educativo”, conclude Patrizia Zerbi.

Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un’antica speranza.

Così cantava Gaber.

E allora varrebbe davvero la pena mettersi a testa in giù, allontanarsi dal centro, gettare sul mondo un altro sguardo, più periferico, autentico, originale e indipendente.

Già da tempo in tanti sognano mondi a Sud di nessun Nord.

Un Festival alla sua prima edizione, nella parte dedicata ai ragazzi, viene a dirci che è tempo di immaginare e costruire nuove periferie.

Periferie senza centro, in cui ognuno potrà rimettersi in gioco, diventando protagonista delle proprie vite, senza condizionamenti, manipolazioni, pregiudizi.

Senza un sopra e senza un sotto, senza asimmetrie: tutti uguali e tutti diversi nel grande gioco collaborativo della vita.

“Giro giro tondo cambia il mondo”.

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