“Un bene al mondo” e “La pantera sotto il letto”. Andrea Bajani parla dell’infanzia e all’infanzia

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Un bene al mondo di Andrea Bajani. Illustrazione di Mara Cerri

Non è un libro per bambini, ma parla dell’infanzia in modo autentico, lontano dai colori pastello, senza rinunciare alla poesia. Lo dovrebbe leggere ogni adulto Un bene al mondo di Andrea Bajani, edito da Einaudi, per ricordarsi che da piccoli si soffre anche, in un modo disperato e assoluto, e che talvolta quel dolore resta appiccicato addosso anche da grandi.

Ed è così che tutti, grandi e bambini – in queste 134 pagine che si leggono piano, perché forte è il bisogno di ritornare, annotare, sottolineare, riflettere, rimestare – hanno un dolore che li segue come un cane. È persino dolce e premuroso, il dolore del bambino; spelacchiato e affezionato quello della bambina; rabbioso, collerico, distruttivo quello del padre.

È una storia che ci racconta la prima età alla maniera delle fiabe, con l’avvertenza però che una fiaba non è, ma poi ci trovi dentro tutto quello che rende proprio le fiabe indispensabili alla crescita: la partenza, l’attraversamento di un bosco metaforico, il superamento delle prove, la trasformazione, la perdita, il ritorno.

Succede spesso che una storia richiami alla memoria dei versi, come in un dialogo immaginario. Così, l’ultimo lavoro di questo giovane scrittore fa echeggiare una poesia di Guido Gozzano, L’analfabeta:

Ritorna il fiore e la bisavola.
Tutto ritorna vita e vita in polve;
ritorneremo, poiché tutto evolve
nella vicenda d’una eterna favola.

.
E torna, uguale e diverso, il protagonista di questa storia, che non ha un nome, perché potrebbe essere chiunque di noi.

Torna uguale e diverso, con lo stesso dolore, ma con la capacità di riconoscerlo, di scendere a patti, di governarlo persino. In mezzo, c’è il suo viaggio che parte da una casa-(in)cubo, con la mamma che fa da mangiare pietanze senza sapore, una roba meccanica, lontanissima dal nutrimento che invece è impastato d’affetto e di premura.

Il dolore del padre è cattivissimo: sbraita, urla, fa cadere i lampadari, scardina le ante degli armadi. Nel paese, che potrebbe essere un paese qualunque, c’è la casa del bambino, la piazza con una panchina e i ragazzi più grandi che prendono in giro i più piccoli; ci sono il bar, l’asilo, la chiesa; il binario che segna il passo, di qua e di là, e di là c’è la casa della bambina sottile, un amore-acerbo che diventa poi la forma, lo stampo, per riconoscersi e riconoscere l’amore anche da grandi. C’è pure il cimitero, dove il bambino va proprio a rinchiudersi, un passaggio obbligato per seppellire l’infanzia e incamminarsi verso l’età adulta*. E poi c’è il bosco e oltre il bosco il confine, l’ignoto spalancato verso un altrove qualsiasi, che è sempre l’emancipazione da sé, dal qui e ora, irrinunciabile per attraversare il guado e approdare alle altre età.

La poesia è in ogni pagina perché non è mai, in nessuna riga, una storia didascalica questa.

È una storia che in qualche modo ripara ogni dolore, anche quando ormai sembra troppo tardi, quando la morte ha imprigionato in terra i vivi, e non si può chiedere più scusa, ora per allora.

Ma nei libri, proprio come nella vita di chi non ha paura di farsi del male e di soffrire, può succedere ogni cosa, e il bambino senza nome, con un dolore affezionato come un cagnolino,

“tornò dentro, si sedette al tavolo. Prese un foglio e scrisse «Cari». Poi non continuò”.

Che era forse l’unico modo, questo, per continuare a vivere: scrivere a qualcuno che non c’è più per lasciarlo andare veramente, per far scivolare il dolore e trattenere l’amore.

Non aggiungiamo altro per non svelare il finale, ma vi invitiamo ad assaporare ogni pagina di questo lavoro che ci insegna a guardare senza paure la nostra solitudine, che appartiene anche all’infanzia, a volte soprattutto all’infanzia.

Mara Cerri firma l’illustrazione di copertina, una mappa del non-luogo di questa vicenda, un posto come un altro, seppur descritto nei particolari, in cui ogni lettore riconoscerà qualcosa di familiare, una sintonia affettiva, una distonia emotiva.

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La coppia Bajani-Cerri l’avevamo già trovata nell’albo La pantera sotto il letto, uscito nella primavera del 2015 per Orecchio Acerbo. Anche qui c’è una”bambina qualunque”: scrive proprio così l’autore in apertura. E aggiunge: “Quella bambina potresti essere tu”. Anche qui, in questo albo dai testi semplici e diretti e dalle illustrazioni intensissime e cupe, s’impara a guardare in faccia la paura, quella del buio, per la bambina; quella di fare i conti con se stessi, con le assenze, per i grandi. E c’è sempre una mano che i piccoli possono dare agli adulti, dal basso verso l’alto, anche soltanto offrendo uno sguardo diverso.

Il filo che lega idealmente questi due lavori – l’albo illustrato e Un bene al mondo – a nostro avviso sta tutto nella dedica che Bajani scrive nell’ultima pagina de La pantera sotto il letto:

“Per noi che siamo diventati piccoli da grandi”.

A volte non basta una vita, ma per dirla ancora con Gozzano, è questa la promessa: tornare, ritornare, sempre rinnovati.

Una promessa che s’avvera solo a patto di mantenere forte la solidarietà intergenerazionale tra adulti e bambini.

Solo allora, soltanto così, accettando sguardi-altri, da altezze diverse, ritorneremo. E il tempo andato della vita non sarà mai tempo perso.

“Perché tutto [ma proprio tutto] evolve nella vicenda di una eterna favola”.

_______________________________

(nota)

*Questo concetto del seppellimento necessario per la crescita lo spiega molto bene Giorgia Grilli in Libri nella giungla. Orientamenti  nell’editoria per ragazzi, Carocci editore, Roma 2012, p. 50: “Il passaggio nella terra di un bambino è insieme obbligato e ossimorico, perché l’infanzia che dovrebbe essere l’età più lontana dal luogo che associamo alla morte, in realtà deve morire per crescere, essere sepolta come infanzia, perché si possa diventare adulti. Che vi venga spinta o che ne sia attirata, l’infanzia puntualmente si confronta con la propria sepoltura, con la propria più o meno momentanea e metaforica sparizione.

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