“Se saprei scrivere bene”. Manuale di scrittura per emozioni

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“Scrivere vuol dire prima di tutto dare un nome alle cose”.

 

Ad affermarlo è Dacia Maraini in Amata scrittura. Laboratorio di analisi letture proposte conversazioni, pubblicato nel 2002 da Rizzoli.

Leggendo Se saprei scrivere bene di Antonio Ferrara e Filippo Mittino, edito da Coccole books lo scorso mese di agosto, quest’affermazione torna alla mente, un po’ modificata: scrivere vuol dire prima di tutto dare un nome alle emozioni.

Arricchito dalle illustrazioni dello stesso Ferrara, suddiviso in capitoli di facile consultazione, corredato di bibliografia ed esercizi, il libro offre una riflessione, ma anche una guida pratica alla scrittura per codificare e comprendere emozioni e stati d’animo, propri e altrui.

Per questa via è possibile attribuire significati e interpretazioni all’esperienza umana e alla realtà attorno, spesso indecifrabili e caotiche.

Raccontando la propria storia, ad esempio, si pone una certa distanza tra sé e gli accadimenti che ci coinvolgono direttamente: gli eventi possono essere valutati con maggiore oggettività all’interno di una trama narrativa che consente di ipotizzare e sperimentare soluzioni e conclusioni diverse.

Si può immaginare così la trasformabilità dei propri destini anche quando sembrano confusi o condannati a restare immutati. Il patto di finzione narrativa consente di sperimentare finali diversi, o di introdurre varianti, nuovi incontri nella lotta tra aiutanti e oppositori per raggiungere obiettivi e tagliare traguardi.

Gli autori, facendo uso di ampie citazioni e di interi racconti brevi, sottolineano come le parole abbiano un significato semantico e uno emotivo, così come esiste un linguaggio delle informazioni e un altro delle emozioni.

Qual è il grande merito della letteratura, dunque?

Quello di moltiplicare gli incontri con l’altro da sé: esistono infiniti cataloghi dei destini, avrebbe detto Italo Calvino; infinite possibilità di essere e di realizzarsi, o di cadere e di rialzarsi.

Leggendo altre storie, che dilatano i confini della propria biografia, necessariamente ristretta e finita, il pensiero diventa plurale, democratico e accogliente, capace di mettersi nei panni dell’altro, sapendone trarre spunti, suggerimenti e riflessioni.

Insomma, si esce da sé per ritornare in sé arricchiti, più attrezzati, per attivarsi in modo nuovo e progettare il cambiamento.

Questo lavoro a quattro mani è frutto di un percorso nato anni fa nel carcere di massima sicurezza di Novara. Il lavoro è stato perfezionato insieme ai detenuti delle case circondariali di Secondigliano, Pesaro, Fossano e Pescara e ai pazienti e ai medici del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, oltre che nei numerosi incontri presso biblioteche, scuole e librerie in Italia e in Svizzera.

Se saprei scrivere bene è un manuale di scrittura per emozioni consigliato ai ragazzi ma anche agli adulti, perché abbiamo tutti bisogno di nominare per comprendere, di dare un nome agli eventi e agli stati d’animo, per provare a migliorare e a migliorarci.

 

“Entrare in una dimensione narrativa offre la possibilità di entrare in un circolo maieutico”.

 

È un modo per girare gli angoli con gli sguardi degli altri – come diceva il filosofo –, per evitare così di girarci attorno restando fermi.

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