“Sebben che siamo donne”. Un albo dedicato alla prima canzone di lotta proletaria al femminile

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Ve la ricordate “Il Bambino di gesso”, la canzone scritta da Gianni Rodari e musicata da Sergio Endrigo e Bacalov? È del 1976 e parla di un bambino che “stava dove lo avevano messo/come un bravo bambino di gesso/che non risponde e non dice mai di no”. Ma cosa accade a un ragazzo dis-educato a dire sempre di sì? Succede che diventa un adulto “compitissimo, prudente, ossequioso, diligente/dice grazie al superiore/dice sempre sì signore”.

Di tutt’altra pasta è un canto rappresentativo del repertorio delle mondine, intitolato La lega.

Nato in Val Padana tra il 1900 e il 1914, questo brano d’autore anonimo è diventato presto il primo inno di lotta proletaria al femminile.

A questa canzone che ha fatto storia è dedicato l’albo illustrato Sebben che siamo donne di Hayley Egan, pubblicato da Matilda Editrice di Foggia.

Coloratissimo – con illustrazioni a pagina intera e a doppia pagina, che dialogano con il testo e lo arricchiscono di dettagli e  di risonanze emotive – il libro racconta la storia di una giovane mondariso, che per andare in risaia lascia la scuola a dodici anni.

“Duro lavoro ci tocca fare”, si cantava ancora in “Bella ciao delle mondine”.

E la durezza emerge tutta nelle illustrazioni e nel testo dell’albo, riportato anche in inglese per offrire uno strumento linguistico e rispettare la narrazione originale.

La cosa bella di questo lavoro – inserito nella collana “I libri del filo invisibile”, che si occupa di educazione alle differenze – sta nel passaggio dalla rivendicazione individuale a quella collettiva: la disobbedienza della protagonista, voce narrante della storia, che si sottrae alle angherie del padrone, ad un certo punto diventa corale: si aggiungono altre donne, si mettono a cantare insieme, diventano gruppo, unito, coeso, rivendicativo.

A loro si devono le prime lotte sindacali al femminile e il miglioramento delle condizioni di lavoro.

C’erano stati altri canti di protesta delle donne, certo, ma è questa la prima volta che, quasi come una sfida, viene pronunciata la frase “paura non abbiamo”.

Lo ricorda Nanni Svampa, in La mia morosa cara, De Carlo Editore, Milano, 1978.

Nelle ultime pagine anche un breve intervento di Emiliano Migliorini, etnomusicologo e direttore del museo della civiltà contadina Valle dell’Aniene di Roviano, oltre ai riferimenti bibliografici, discografici e sitografici per approfondire l’argomento.

È un libro che risuona di musica, di lotta e di speranze, per raccontare, una volta di più, che disobbedire può essere un valore, che i cambiamenti si costruiscono insieme. Ma soprattutto che a cambiare lo stato delle cose possono essere anche le donne, quelle che “hanno belle buone lingue e ben si difendono”.

Oggi, invece, di fronte a una precarizzazione sempre più dilagante, non si canta più, non ci sono più canzoni collettive. È il segno di un individualismo esasperato, di una solitudine muta e rassegnata che si prova a sconfiggere anche con albi come questo: libri che sanno offrire modelli diversi per una nuova educazione delle bambine e dei bambini.

Mai più di gesso.

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