“Il cielo tra le sbarre”. Un libro per il mondo nuovo

Il_cielo_tra_le_sbarre_inserireQualche anno fa, ad un bambino che le chiedeva come si diventa scrittore, Emanuela Nava, tra le voci più autorevoli e versatili della letteratura per l’infanzia in Italia, consigliava di leggere molto e di entrare nello stile di un libro ricopiandone una pagina intera su un quaderno.

Queste parole ci sono tornate alla mente gustando il suo ultimo romanzo, Il cielo tra le sbarre, edito da Raffaello Ragazzi: una storia sospesa fra tradizioni, vita e morte che irrompono senza preavviso, speranze di giorni e cieli nuovi.

Conquistati da una scrittura quasi fisica, capace di riprodurre su carta le sensazioni del giovane protagonista, che ancora piccolo viene morso dall’argia, un ragno velenoso, abbiamo pensato che trascrivere un brano potesse aiutarci a vivere dall’interno la narrazione. E ha funzionato.

Il bambino torna alla vita grazie alla mobilitazione dell’intero paese: donne, anziane, bambine, uomini e ragazzi, tutti s’attivano per partecipare al rito collettivo dell’argia partoriente. È un ballo che riporta la vita, che la rimette al mondo simulando un vero e proprio parto.

Succede che questo bambino, di nome Felice, ritornato alla vita, in un’isola mai nominata, ma che s’indovina nella Sardegna, cresce e diventa pastore, conservando stretta la fede di poter seminari draghi e giganti, spargendo sassi nel grano.

Sassi che possono anche suonare, come gli aveva insegnato un uomo bellissimo e biondo.

Succede anche che una notte, per salvare i suoi agnellini da un ragazzo che amava rubare e pure essere scoperto, Felice spara, uccide, va in carcere. Qui deve difendersi dagli altri detenuti che lo chiamano “femminella”, perché anche a loro è arrivata voce che da piccolo, Felice ha partorito la vita. Deve difendersi anche dai giorni tutti uguali, senza sogni e senza progetti, dal cielo a pezzi nelle ore d’aria.

Ma come spesso avviene sono i libri a salvare, a sparigliare il presente, ad aprire nuove occasioni: così accade a Felice, che in carcere stringe amicizia con il detenuto bibliotecario.

Questi gli consiglia un testo che parla di un’isola-carcere: lo ha scritto un medico veterinario omeopata, che lavora come consulente della colonia penale e descrive un’altra modalità di detenzione, dove uomini e animali vivono insieme e in armonia, senza troppe restrizioni, a contatto con la natura.

Domande in carta bollata, codicilli, schede da compilare: Felice chiede ed ottiene di essere trasferito proprio in un’isola-carcere di quel tipo.

In tasca conserva sempre le pietre che suonano, quelle pietre che gli aveva regalato l’uomo bellissimo e biondo, ma che soprattutto gli ricordano la comunità unita, il suo paese, stretto in un rito per riportarlo alla vita.

Il suono delle pietre fa compagnia, lo toglie dalla solitudine, lo restituisce ad una collettività.

Con tutta la superficie mi rivolgo a te/ma tutto il mio interno è girato altrove, scrive il premio nobel Wislawa Szymborska nella poesia Conversazione con una pietra.

E il segreto è proprio lì: Felice liscia le pietre in tasca, le fa suonare, per darsi forza, per non sentirsi solo, per riportare alla memoria la sua appartenenza.

Il finale non lo sveliamo, ma consigliamo di non trascurare nulla di questo testo, compreso, o forse soprattutto, le dediche iniziali, che ci svelano qualcosa in più sui posti di questo racconto, sull’isola della Gorgona, ad esempio, di fronte a Livorno, l’ultima isola-carcere italiana, dove ha lavorato per venticinque anni Marco Verdone, medico veterinario, a cui il libro è dedicato e che probabilmente è proprio fra gli ispiratori di questo racconto.

Ecco il brano del romanzo di Emanuela Nava che abbiamo pensato di ricopiare su un foglio, proprio perché rende conto dello stile narrativo, ampio e a tratti misterioso di questo libro, ma anche perché sembra un antidoto alla scrittura veloce, prêt-à-porter, pronta all’uso e alla comunicazione rapida, tipica dei nostri tempi 3.0.

È questo, invece, uno stile arioso, che non ha paura di perdersi o di non compiacere subito i lettori distratti e ansiosi di finire.

È un libro che in qualche modo educa, senza pedanteria: educa alla riflessione, al tempo dedicato, alle sospensioni, alle pause. Educa, soprattutto, al mondo nuovo, in cui, non soltanto gli esseri viventi, ma anche tutte le memorie del mondo, possano allearsi per vivere in pace, con il cielo tutto intero.

Il cielo azzurro e le nuvole bianche dominano il libro sin dalla copertina, e poi nei risguardi, sul frontespizio e agli inizi di ogni capitolo.

Quando uscì dalla cella di isolamento, lo stesso giorno in cui aveva ricevuto la visita di sua madre, dopo un mese trascorso a pensare e fare suonare le pietre, e già tra i compagni che lo accoglievano ombrosi e tra i molti che addirittura lo scansavano, si mormorava che persino in quel carcere le pene sarebbero state inasprite, il libero uso degli attrezzi per il lavoro nei campi e nelle stalle impedito, la libertà di movimento degli uomini e degli animali limitata, affinché nessun episodio di violenza potesse ripetersi, Felice andò in un prato e, gettandole alle spalle, senza guardare dove fossero cadute, seminò piccole pietruzze tra l’elicriso”.

Al libro è stato concesso il patrocinio dell’associazione Antigone per i diritti e le garanzie nel sistema penale.

Il cielo tra le sbarre
di Emanuela Nava
Edizioni: Raffaello Ragazzi
Collana: Insieme. Dialogare per crescere
Anno: 2016
Età: dai 10 anni

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2 pensieri su ““Il cielo tra le sbarre”. Un libro per il mondo nuovo

  1. Emanuela Nava ha detto:

    Grazie Mara per la tua lettura così attenta, così appassionata. Grazie per essere entrata insieme a Felice nel cerchio della vita!

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