Intervista a Roberta Favia, blogger di Teste fiorite

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Il blog Teste fiorite sta per partire con il progetto Books up, 14-17 anni, vietato agli adulti.
Si tratta di un gruppo di lettura per adolescenti che e prenderà il via il 22 marzo 2017 a Venezia.
Abbiamo parlato di questo e di altro con Roberta Favia, ideatrice e curatrice del blog di “libri per bambini, spunti e appunti per adulti con l’orecchio acerbo”.

Teste fiorite, un blog di letteratura per l’infanzia e un’associazione. In tre punti, quali sono le loro specificità?
Ecco le specificità di teste fiorite in tre punti: a) lavorare con e sulla letteratura per l’infanzia usando in parte, in maniera divulgativa ma corretta, gli strumenti della teoria letteraria; b) uscire dal web per dare una ricaduta fisica e reale del lavoro di teste fiorite nei vari contesti legati e correlati al nostro settore; c) occuparsi di letteratura e cultura dell’infanzia in generale significa, per noi, svolgere un vero servizio sociale, proprio come lo intendeva Munari, lavorando in maniera partigiana e per niente politicamente corretta in favore di un mondo migliore possibile.

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Zerøes. Ogni potere ha il suo prezzo

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È una storia di narrativa fantastica per ragazzi, è vero, ma è anche un romanzo corale di formazione, in cui i sei protagonisti – adolescenti con superpoteri originalissimi e imperfetti – cercheranno la loro strada facendo gruppo.

Zerøes. Ogni potere ha il suo prezzo è il primo romanzo di DANA, marchio editoriale curato da Beniamino Sidoti e Barbara Ferraro, all’interno di Rw Edizioni, fra le più importanti case editrici italiane specializzate nel fumetto.

Scritto da Scott Westerfeld, Deborah Biancotti e Margo Lanagan, il libro, primo titolo di una trilogia, è stato tradotto in Italia da Simone Buttazzi.

Due anni fa usciva simultaneamente negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Canada e in Australia e i diritti venivano venduti in molti altri paesi.

La storia è di quelle che t’inchiodano alla pagina, anche se non si è amanti del genere, perché al di là dell’intreccio, pure avvincente, emergono le fragilità di questi ragazzi, tutti sui diciassette anni, ciascuno dei quali è dotato di un potere. Continua a leggere

“Babbo raccontami”. Un blog per parlare dell’esperienza di papà-lettore. L’intervista a Piero Guglielmino

 

 

14568084_10209002250727885_894665009351133881_n.jpgIntervista a Piero Guglielmino, studioso di letteratura per l’infanzia e papà lettore, che al suo piccolo Luka, nato nel 2013, legge da quando era nella pancia della mamma. Il 19 marzo farà il suo debutto il blog Babbo raccontami, per parlare del rapporto tra libri, lettura ad alta voce e genitorialità.

Quando e come è nata l’idea del blog “Babbo raccontami”?

Sono passati già due anni da quando ho incominciato a pensarci. Nel 2015 ho iniziato a frequentare su Facebook il gruppo “Leggere insieme… ancora”. Lì sono stato molto presente per un anno con commenti e contributi vari e ricordo i numerosi feedback di apprezzamento nonché una generale curiosità per il mio essere un papà lettore. Il gruppo era ed è frequentato da molte mamme (come i tanti gruppi esistenti sui libri per bambini) e non ti nascondo che già allora iniziai a riflettere sulla particolarità del rapporto tra me, mio figlio Luka e la letteratura per l’infanzia. In quel periodo cominciai una sfrenata lettura di tutti gli albi illustrati presenti nei reparti italiani delle biblioteche slovene del Litorale (studio a Capodistria) e nelle biblioteche di Trieste. Volevo sia scoprire e studiare più tipologie possibili sia continuare il percorso di letture con mio figlio. La passione per l’albo illustrato era iniziata dopo il corso universitario del 2013 a Capodistria col professore Livio Sossi e ha accompagnato proprio in quell’anno la nascita di mio figlio. Ho iniziato a leggere a Luka quando era ancora nella pancia della mamma e non ho più smesso ma allo stesso tempo ho intrapreso un percorso formativo che mi ha portato a diventare uno studioso di letteratura per l’infanzia, concretizzatosi nel settembre 2016 con la mia tesi di laurea “Nino De Vita, scrittore per ragazzi”. Tra novembre e dicembre del 2016 l’idea di un blog è diventata un pensiero costante, direi quasi un’urgenza. In quel periodo sono stato intervistato da due blog che reputo tra i più stimolanti e curati: Galline Volanti e Milkbook. Questo interesse mi ha confermato che valeva la pena di approfondire la relazione tra me, mio figlio e i libri. Inizialmente avrei voluto aprire il blog per il terzo compleanno di Luka, il 9 dicembre, ma non ne ho avuto il tempo e ho rimandato. Adesso credo sia giunto il momento di fare questo importante passo e la data del 19 marzo, festa del papà, mi sembra perfetta. Continua a leggere

Lea e l’elefante. Si vola soltanto insieme agli altri

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Non doveva pensarla come i corvi di Dumbo, Lea, quelli che nel film Disney intonano il motivetto: “Ne ho vedute tante da raccontar, giammai gli elefanti volar…”.

Ed invece la protagonista di Lea e l’elefante, secondo albo di Kim Sena – illustratrice coreana, classe 1986, pubblicato in Italia da Orecchio Acerbo – vorrebbe proprio farlo volare il suo nuovo amico elefante: promette che gli insegnerà a librarsi in cielo.

Vuole convincerlo a restare con lei nella grande casa solitaria.

Le illustrazioni a matita in bianco e nero dominano la scena fin dalla copertina e danno corpo alla solitudine che avvolge Lea.

Sul frontespizio vediamo l’esterno della casa: mastodontica, silenziosa.

L’interno è desolante, pieno di giocattoli, un po’ ammaccati, un po’ trascurati. Ci sono mele sul pavimento, tutte sbocconcellate, appena un morso; sempre ci sono un secchiello di pittura bianca e un pennello già immerso e lasciato sul pavimento a sgocciolare. Alle pareti molti ritratti di Lea, sola, addirittura di spalle, oppure in compagnia di qualche animale.

Lea si lascia cadere su una grande poltrona, ma la sua aria triste emerge dallo sguardo: fa contrasto con il bel vestito, la camicia con il fiocco, la coroncina in testa, da reginetta, addirittura il cuscino-poggiapiedi.

Dalla copertina alle pagine interne, l’unica nota di colore è rappresentata da un palloncino rosso, simbolo della vita che vuole altra vita e della fuga dall’isolamento.

Lea vuole rendere speciale il suo nuovo amico: lo dipinge di bianco, gli lega il palloncino alla punta della proboscide.

Lui ci prova ad alzarsi da terra, ma niente e niente.

E intanto, con l’abilità di chi sa narrare attraverso immagini e dettagli, Sena ci mostra un accenno di sorriso sul volto di Lea e un velo di tristezza, ora, negli occhi dell’elefante.

Adesso è lui ad essersi abbandonato sul grande divano ed è sempre lui a guardare da una finestra la vita che scorre senza che vi partecipi, con gli amici elefanti a rotolarsi nel fango.

Una raffica fortissima di vento spazza via la grande casa, il dentro capace di imprigionare e separare dalla vera vita, che per sua natura ha bisogno degli altri, dell’incontro, della comunità.

Il cambiamento narrativo avviene anche attraverso location e colori: gli esterni prendono il posto degli interni, via le mele sbocconcellate, via il secchiello e il pennello, via gli autoscatti di spalle.

I pastelli compaiono sullo sfondo, colorano di rosa le guance di Lea, rendono gli sguardi più attenti, sembra quasi che i due sorridano con gli occhi.

Ma soprattutto, tornando indietro con le tavole, ci si accorge che Lea non viene più rappresentata con la coroncina, già a partire dall’irruzione del tornado.

Una coroncina, che a ben guardare, ha pure una serratura al centro, a sottolineare la condizione di chiusura e di imprigionamento.

Si è liberata, Lea, grazie ad un nuovo incontro, nel momento esatto in cui ha deciso di rinunciare all’inganno.

L’amicizia è basata sulla gratuità, non ha prezzo, non si compra con la promessa di far volare qualcuno.

Così, ad un certo punto, sparisce pure il palloncino rosso: non ha più senso, non serve più.

Scompare anche la gabbia vuota, un po’ angosciante, in effetti, che sin dalla copertina è ritratta in un quadretto appeso alla tovaglia, mentre all’interno dell’albo è lasciata aperta sul pavimento.

Nel finale, però, la gabbia vuota, quasi spettrale, non c’è più, mentre cinque uccellini, sui toni del celeste e del giallo, svolazzano in cielo, seguendo e anticipando Lea e l’elefante in cammino verso il futuro.

Magari adesso sarà proprio Lea a prendere il volo, in senso metaforico, certo, ma non solo.

La storia continua nell’ultima di copertina, con un omaggio alla bellezza della compagnia, alla vita insieme, che finalmente ci libera dalle nostre solitudini.

Dalle prigioni in cui ci rifugiamo.

Casca il mondo. Un libro per parlare di terremoto e di guerra dal punto di vista bambino

 

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C’è bisogno della letteratura per raccontare fatti di cronaca? 

Sì, perché la letteratura utilizza metafore e simboli per dire quello che i resoconti giornalistici non sempre riescono a svelare: emozioni, smarrimento, paure, sensi di colpa dei protagonisti.

Nella cornice di una storia, che si muove tra realtà e finzione, più agevolmente il lettore potrà identificarsi con i personaggi, riconoscersi nei loro sentimenti, imparare a nominare e a dominare i propri stati d’animo.

È quello che succede con Casca il mondo di Nadia Terranova (Mondadori, Oscar primi junior, 2016).

A colpire è il punto di vista bambino per parlare di terremoto e di guerre senza retorica e senza cliché.

Raccontato in prima persona dal piccolo Oscar, il libro andrebbe letto anche dagli adulti per due ragioni: riflettere una volta di più sul fatto che ai bambini gli eventi, soprattutto quelli che li riguardano direttamente, non vanno taciuti, caso mai vanno spiegati con le parole giuste; capire che i figli si fanno carico dell’infelicità dei genitori e avvertono un senso di sconfitta e di impotenza nel non poterli aiutare.

Vorrei comprare a mamma un panificio nuovo identico a quello dove lavorava, farglielo trovare accanto al lenzuolo di Tendopoli. Vorrei comprare a papà un finale diverso per le favole che non sa raccontare.

Tutto questo, e molto altro, è nel libro di Nadia Terranova, che scrive per bambini, ragazzi e adulti, consapevole che i grandi interrogativi dell’uomo non hanno età e sono gli stessi anche nei diversi periodi storici. Ci accomunano tutti, da sempre.

C’era un tempo prima del terremoto e c’è il tempo che per ora è fermo, ma che spera di ripartire. Fra il prima e il per ora è rimasta incastrata anche la vita di Oscar, che ha smesso di parlare, per lo spavento, per il disagio, per la nostalgia, chissà.

Adesso vive nella tendopoli con la mamma, che non ha più il suo forno, dove andare a lavorare la mattina presto, e con il padre, che si sforza d’inventare favole per suo figlio.

Oscar dice di sé che fino all’anno prima era piccolo, che adesso è grande, mentre in realtà di grande c’è soltanto quello che gli è capitato: il castello di cinque stanze, la sua casa, abbandonata da un giorno all’altro, insieme a tutti i riti che quotidianamente creano legami affettivi e senso d’appartenenza.

Senza riti siamo tutti senza storia, e ad Oscar manca fare colazione con il suo coccodrillo, che dal bagno esce a rassicurarlo tutte le volte che i suoi genitori iniziano a parlare senza virgole, un modo delicatissimo per raccontare un litigio, un modo che soltanto la letteratura ha per descrivere con leggerezza. Gli manca anche Dulcinea, l’amica di scuola, che abita di fronte, un appartamento qualunque, che nella sua immaginazione – nell’immaginazione creativa dei bambini sereni – diventa una torre, e pure il nome dell’amica si traveste e diventa quello dell’amata di don Chisciotte, mentre il loro diventa un dialogo muto fatto di sorsi di latte e di pane al cioccolato mangiato insieme, anche se a distanza. Ognuno nella propria sicurezza familiare, con le finestre che danno una sulla cucina dell’altro.

Il terremoto arriva e spariglia tutto: Oscar nella tendopoli, Dulcinea dai nonni, in un paese vicino.

A me nessuno chiede mai com’era il terremoto. Lo sanno tutti come sono queste cose. Solo che magari uno qualche volta vorrebbe che glielo chiedessero lo stesso, anche se è una cosa stupida o fa male.

Con parole semplicissime Oscar denuncia l’incapacità degli adulti di affrontare i discorsi difficili con i bambini, e non solo, perché a volte far finta di niente è più facile, contiene il dolore, non lo fa straripare e così non lo fa neppure guarire.

A medicare il dolore, a rimettere in moto il tempo che s’era inceppato, ci pensa un altro bambino, Golan, fuggito dalla guerra, lasciando un’altra casa, altri riti quotidiani.

Non aggiungiamo più nulla, per non svelarvi il finale. Vi consigliamo soltanto di guardare con attenzione le illustrazioni di Laura Fanelli, in particolare alle pagine 34 e 35, perché a nostro avviso confermano il senso dell’intero libro: il diritto e il dovere che tutti abbiamo di rimettere in moto il tempo, avendo sempre, sempre, “il coraggio di smontarlo”.                                        .

A colloquio con Teresa Porcella, curatrice settore ragazzi di Firenze Libro Aperto

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Quattro domande a Teresa Porcella, curatrice artistica della sezione ragazzi della prima edizione di Firenze Libro Aperto, che si è svolta dal 17 al 19 febbraio nel capoluogo toscano.

(Qui l’articolo che Firufilandia ha dedicato all’evento)

Quando gli organizzatori di Firenze Libro Aperto ti hanno chiesto di curare la direzione artistica del programma ragazzi, che tipo di Fiera hai immaginato?
Quali obiettivi ti sei prefissata?

L’idea era di avere uno spazio di incontro e di dialogo per bambini, ragazzi e adulti, con appuntamenti dedicati a volte solo agli uni o solo agli altri, e con altri decisamente trasversali e capaci di coagulare le diversità di età e di esigenze dentro una stessa bellezza. Uno spazio capace di mettere in relazione linguaggi e approcci differenti, guardando sempre con attenzione e affettività ai destinatari. Questo era il primo obiettivo. Poi c’era quello di far venire un po’ di curiosità e di stimolare nuove modalità di accostamento ai libri. Lo abbiamo fatto con artisti italiani e stranieri capaci non solo di integrare linguaggi diversi, ma anche di porsi con la stessa centratura estetica ed etica ad adulti e ragazzi. In questo senso, lo spettacolo di Gek Tessaro su Il cuore di Chisciotte, era uno degli appuntamenti chiave, che ha ottenuto il risultato sperato. Non si sapeva più dove mettere la gente che voleva entrare…

Qual è il tuo bilancio di questa prima edizione?
Complessivamente buono. Abbiamo avuto una bella risposta di pubblico in generale e, nello specifico dell’area ragazzi, un’altissima attestazione di gradimento da parte dei diversi destinatari cui abbiamo pensato: bambini, adulti, insegnanti, genitori, operatori del settore, psicologi. Naturalmente, sul piano organizzativo, si è pagato lo scotto della prima edizione. Il lavoro con le scuole, per esempio, essendo stato compresso in tempi così stretti (si è dovuto fare in un mese e mezzo il lavoro che normalmente si fa in un anno) non ha potuto essere capillare come avremmo voluto. Ma ci riserviamo di fare meglio alla prossima edizione. Il desiderio da parte nostra e la richiesta da parte della città, ci sono.

Nel panorama editoriale per ragazzi c’è grande vitalità nella piccola editoria indipendente. Che tipo di stimoli può portare, secondo te, al settore?
L’editoria indipendente è la linfa del settore editoriale, che si tiene vivo proprio grazie ai “piccoli”. Un po’ come succede nella vita… Sono quelli più curiosi e dunque più innovativi, quelli più esigenti e dunque più cogenti, quelli più intransigenti e dunque ineludibili, quelli più seri e dunque più gioiosi. La piccola editoria, per vivere può puntare solo sulla qualità e su un senso chiaro della propria identità. Perciò lavora non solo alla strutturazione di una bibliodiversità e di una qualità estetica dell’oggetto libro (e dunque a un’educazione del gusto), ma, soprattutto, nel costituirsi come identità di proposta, lavora a una creazione di identità personali potentissime capaci di riconoscersi in qualcosa di comune. Crea senso di sé e senso civico. Qualcuno dice che crea lettori ed e-lettori consapevoli. Aggiungerei che lo fa in modo “gioioso”, anche quando passa per temi consistenti o seri. Perché la gioia sta sempre nel “come” si passa per le esperienze della vita. E i bei libri sono esperienze intrinsecamente apportatrici di stupore e felicità. Elias Canetti diceva “Senza libri le gioie marciscono”. Ecco, credo che la sintesi giusta sia qui. La buona editoria (e quella indipendente per ragazzi nel suo complesso lo è), fa nascere e coltiva sorrisi. Mica poco.

Ci racconteresti un tuo piccolo o grande sogno professionale per il futuro?
Faccio come nella notte di San Lorenzo: “Se lo dico non si avvera…” Continuo a guardare la mia stella cadente in silenzio e, sussurrando, do un indizio. “Se lo dico non si avvera, ma se lo canto, sì…”